Ansia sociale - Centro Ceral

Vai ai contenuti
AREA CLINICA > Psicologia : Disturbi età evolutiva > Ansia
ANSIA SOCIALE (FOBIA SOCIALE)

In età infantile e adolescenziale risposte di ansia e di paura sono stati emotivi frequenti. Sono esperienze umane universalmente riconosciute, che nella maggior parte dei casi tendono a risolversi spontaneamente, ma che in certe circostanze possono configurarsi come un disturbo. Nella genesi e nel consolidamento delle fobie infantili i condizionamenti ambientali e le fantasie sono fattori importanti.  Con la crescita, una più complessa organizzazione  del pensiero del bambino o dell’adolescente e, quindi, per una migliore capacità di anticipare conseguenze future, rinforzano tali condizionamenti e fantasie.

Analisi terminologica
E’ importante distinguere il termine fobia da altri termini che ad essa possono essere erroneamente ricondotti :
  • Timidezza: tendenza costante  ad avere reazioni di paura.
  • Paura: reazione emotivo-comportamentale di fronte ad una minaccia o un pericolo esterni all’individuo. Si sviluppa come risposta ad un pericolo reale.
  • Ansia: emozione spiacevole di apprensione e tensione, che si associa  ad una percezione di rischio incombente causata da un oggetto o situazione, non ben identificati. Si differenzia dalla paura in quanto si determina per cause interne all’individuo e non esterne e reali.
  • Panico: senso di angoscia improvvisa e di terrore acuto.
  • Fobia: specifica forma di paura dalla quale origina un’attivazione emotiva sproporzionata rispetto alla situazione reale. Il claustrofobico non prende l’ascensore, l’agorafobico non esce di casa, trascura l’impiego, le amicizie, gli abituali svaghi; la fobia scolastica infantile compromette l’apprendimento.

Argomenti razionali e controllo volontario non riescono ad estinguere l’ansia. A segnali che il soggetto fobico percepisce come pericolosi, reagisce con risposte apprese automatiche. Le modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo quali il battito cardiaco, respirazione, pressione sanguigna, sudorazione, temperatura, tensione muscolare, scariche di adrenalina, ecc., sfuggono al possibile controllo del soggetto. Questo stato di alterazione fisiologica è la conseguenza di un apprendimento (condizionamento) e il suo effetto è così imponente, veloce e doloroso da indurre il soggetto alla fuga dallo stimolo temuto. Tale comportamento evitante influirà nel tempo nel determinare scelte di vita anche importanti sia a breve che a lungo termine.

FOBIA SOCIALE: ESORDIO TIPICO IN ETÀ ADOLESCENZIALE.
Talvolta sviluppa da un vissuto infantile caratterizzato da inibizione o timidezza.
La caratteristica della Fobia Sociale è lo stato di paura marcata e persistente per contesti sociali o le prestazioni ritenute imbarazzanti che può manifestarsi anche sotto forma di un Attacco di Panico.
Viene riconosciuta come paura eccessiva o irragionevole, ma, comunque, la situazione sociale o prestazionale si preferisce evitarla e solo in pochi casi viene sopportata con disagio significativo. L’ansia diviene allora anticipatoria e interferisce significativamente con il funzionamento sociale poiché il timore e l’imbarazzo riguarda il giudizio che gli altri possono ricavare. Può comparire con largo anticipo rispetto alle situazioni sociali o pubbliche previste, come:
  • timore di parlare di fronte agli altri;
  • timore aggiuntivo che possano notare  l’arrossamento del viso, il tremore delle mani o della voce o per la paura di apparire poco competenti;
  • fare in modo di non mangiare, bere o scrivere in pubblico per timore che gli altri possano vedere il tremore delle mani.

CIRCOLO VIZIOSO DELL’ANSIA ANTICIPATORIA
  • cognizione errata e sintomi ansiosi riguardanti le situazioni temute;
  • cognizione errata e sintomi ansiosi riguardanti le situazioni temute conducono inevitabilmente ad una performance scadente o percepita come tale nelle situazioni temute;
  • una performance scadente o percepita come tale nelle situazioni temute determina imbarazzo ed aumento dell’ansia per le situazioni temute;
  • e così via.

Il timore legato all’oggetto fobico o alla situazione diventa secondario a quello di andare incontro ad un attacco d’ansia o di panico che potrebbe insorgere. La paura si trasforma in timore  di perdere il controllo di se stessi, idea, questa, che potrebbe essere collegata a traumi infantili o a vissuti infantili di inibizione o timidezza.

STILI EDUCATIVI E FOBIE
L’educazione ricevuta e il tipo di relazione instaurata con i propri genitori  in età infantile sono elementi che concorrono fortemente nel determinare l’insorgenza del disturbo per l’apprendimento del bambino di convinzioni, di inferenze e di valutazioni distorte sulla realtà e che in seguito possono dare origine a dei disturbi fobici.
Secondo la teoria cognitiva classica, gli stili educativi che possono indurre  nel bambino o nell’adolescente lo sviluppo di patologie fobiche sono di seguito brevemente descritti.

Stile ipercritico
Frequenti critiche rivolte al bambino sotto forma di:
  • rimproveri;
  • manifestazioni di biasimo;
  • svalutazioni;
  • ridicolizzazioni.

I comportamenti adeguati del bambino vengono difficilmente rilevati  mentre, al contrario, vengono sottolineati frequentemente quelli negativi. La paura di sbagliare, di essere disapprovato, l’isolamento sociale, una bassa stima di sé e i comportamenti di evitamento del bambino ne sono la conseguenza.

Stile perfezionistico
Il bambino o l’adolescente deve avere buone prestazioni e il suo riconoscimento personale è correlato alla sua riuscita nelle varie attività. Questa tendenza perfezionistica conduce il fanciullo a considerare e temere eccessivamente disapprovazione,  rifiuto e critica. I bambini o adolescenti educati con questo stile, diventano molto ansiosi e richiedono continuamente l’approvazione altrui. L’errore non viene considerato come possibilità a cui poter porre rimedio, ma come catastrofe. Le manifestazioni più frequenti sono, in questo caso, l’ansia scolastica e l’ansia sociale.

Stile iperansioso e iperprotettivo
La preoccupazione principale dei genitori si riferisce all’incolumità fisica del bambino o dell’adolescente. Inoltre c’è la tendenza ad evitare al bambino o all’adolescente ogni frustrazione.
Le reazioni del bambino e dell’adolescente esprimono paura, timidezza e insicurezza sulle proprie capacità personali.

INTERVENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE
Con i genitori
Analisi e discussione su loro pensieri, reazioni e comportamenti che potrebbero concorrere a determinare alcune reazioni emotive del bambino o dell’adolescente.
Sollecitazione e guida alla espressione  di comportamenti, idee ed emozioni meno disfunzionali.

Con il bambino o l’adolescente
E’ indispensabile che acquisisca fiducia nella possibilità di sviluppare diverse  modalità di risposta emotiva e comportamentale da utilizzare nelle situazioni problematiche che lo riguardano. Si cercherà, quindi, di esplorare con il bambino le conseguenze negative dei suoi comportamenti disturbati e le conseguenze positive a cui possono portare altri comportamenti alternativi più adeguati.
Uno dei primi compiti del terapeuta è quello di aiutare il bambino a riconoscere le proprie emozioni negative. Molti bambini, infatti, ritengono naturale o addirittura utile avere certe reazioni emotive, in quanto non si rendono conto dell’esistenza di altre possibilità. A volte i bambini non riescono neanche a dare un nome ai propri stati d’animo, poiché non conoscono i termini necessari per descrivere le proprie emozioni. Altre volte hanno, invece, una concezione dicotomica delle emozioni  (felice-disperato, contento-arrabbiato) ed hanno difficoltà a riconoscere condizioni emotive intermedie. Per queste ragioni è opportuno, in una prima fase dell’intervento terapeutico, espandere il vocabolario emotivo del bambino, portandolo ad apprendere diversi termini per descrivere le proprie emozioni.
Quando il livello di sviluppo cognitivo lo consente, si cerca di rendere consapevole il bambino del meccanismo dell’emozione presentandogli, con un linguaggio adeguato, il modello A-B-C. Questo per costruire una base concettuale su cui impostare il lavoro terapeutico. Nel far questo, si cercherà di ricorrere a esemplificazioni facilmente accessibili al bambino, utilizzando anche espedienti visivi come disegni, poster, fumetti . L’insight fondamentale per il bambino consiste nel rendersi conto che i propri pensieri sono “i brutti ceffi” responsabili delle sue paure. Per far capire al bambino la distinzione tra pensieri razionali e pensieri irrazionali si farà ricorso a termini quali “pensieri utili” e “pensieri dannosi”.
 
Per produrre un cambiamento cognitivo si possono usare anche metodi di modificazione del comportamento. Così, ad esempio, si potrà ricorrere al modellamento di pensieri razionali per poi rinforzare l’uso adeguato di tali pensieri durante le attività proposte dal terapeuta. Il modellamento può effettuarsi anche utilizzando filmati in cui il protagonista “pensa ad alta voce”. Coi bambini più piccoli è utile ricorrere a semplici drammatizzazioni attraverso l’uso di pupazzi o marionette.
 
Il nucleo dell’intervento cognitivo sulle paure è la messa in discussione dei pensieri aventi la caratteristica di “catastrofizzare” sulle conseguenze dell’evento temuto. Questo lavoro di disputa dei pensieri disfunzionali può effettuarsi efficacemente solo dopo gli 8 anni. Esaminare e mettere in discussione i propri pensieri è una novità per la maggior parte dei bambini. E' meglio far apprendere questa abilità con un approccio impersonale, attraverso storielle od esempi piuttosto che attaccare direttamente i pensieri irrazionali del bambino. Un accorgimento utile è quello di presentare le idee irrazionali di altri bambini e parlare dei loro errori e di come hanno imparato a superarli.
 
Una volta appresi i pensieri razionali da utilizzare in presenza di particolari eventi attivanti, è bene far sì che il bambino possa fare sufficiente pratica dell’utilizzo di tali pensieri. Ciò, può essere realizzato attraverso prove comportamentali, role-playing e una tecnica chiamata immaginazione razionale-emotiva (rational-emotive imagery o REI.). Quest’ultima tecnica consiste nel far ripetere al bambino i pensieri razionali precedentemente appresi, mentre immagina dettagliatamente di trovarsi nella situazione problematica sotto la guida del terapeuta. La REI termina facendo immaginare al bambino conseguenze rinforzanti contingentemente all’uso di verbalizzazioni razionali.
 
Per consentire una generalizzazione di quanto appreso durante la seduta, il terapeuta ricorre anche alla prescrizione di attività per casa.
 
Una delle attività per casa più ricorrenti consiste nel prescrivere al bambino la ripetizione, più volte al giorno, di pensieri razionali adeguati. Tali pensieri possono essere inizialmente trascritti su cartoncini e ripetuti con convinzione immediatamente prima di impegnarsi in qualcosa di molto sgradevole, applicando così il principio di Premack.
 
Un’altra attività per casa molto utilizzata consiste nel prescrivere al bambino di affrontare le situazioni temute prima con l’immaginazione, applicando l’immaginazione razionale-emotiva, poi “in vivo” utilizzando frasi razionali di adeguatezza.
 
Quando i genitori sono collaborativi, è spesso opportuno ricorrere a programmi di modificazione del comportamento. L’uso di un sistema di rinforzi si rivela molte volte utile, in quanto il bambino può non essere intenzionato a lavorare per cambiare l’emozione inadeguata, come spesso accade con alcuni tipi di paure. Attivando un sistema di rinforzi, come ad esempio in un programma a punti, si fornisce un incentivo per motivare il bambino al cambiamento.
 
USO DEI SOFTWARE IN TERAPIA
Durante l’intervento terapeutico con il bambino, presso il nostro studio, vengono utilizzati numerosi e aggiornati software. Questi strumenti, concepiti e realizzati in base alle più recenti ricerche scientifiche riguardanti i molteplici disturbi dell’età evolutiva, in ambito cognitivo e metacognitivo, del linguaggio, emotivo-relazionale e dell’apprendimento, hanno la caratteristica di:
  • velocizzare i processi di apprendimento del bambino
  • offrire un’ampia gamma di attività
  • implementare attività selezionate e mirate
  • aumentare l’attenzione
  • monitorare i progressi del bambino con parametri più precisi
  • rendere accattivanti, coinvolgenti e motivanti le attività
  • mantenere l’aspetto ludico della terapia attraverso le espressioni dei vari personaggi animati protagonisti dei giochi didattici
  • apprendere l’uso del computer

CONCLUSIONI
Lavorando con i bambini non si può prescindere dal considerare le varie tappe dello sviluppo cognitivo ed emotivo. Ad esempio, con bambini al di sotto dei 7 anni è necessario tener conto che a causa del loro egocentrismo tenderanno a interpretare la realtà basandosi essenzialmente sull’analisi percettiva piuttosto che sull’inferenza concettuale. Sembra inoltre che allo stadio pre-operazionale i bambini non siano in grado di generare da soli strategie cognitive che guidino il loro comportamento, quindi è fondamentale lavorare con tecniche squisitamente comportamentali. Inoltre, è da notare anche che mentre nell’adulto un repertorio di convinzioni irrazionali fortemente radicato è quasi sempre collegato a gravi disturbi emotivi, nel bambino alcuni modi irrazionali di pensare fanno parte del normale sviluppo cognitivo ed emotivo. La tendenza, ad esempio, a considerare catastrofici certi eventi è una costante facilmente riscontrabile nella seconda infanzia.
Torna ai contenuti | Torna al menu