Ceral - L'ABUSO SESSUALE

CERAL - L'ABUSO SESSUALE

L'ABUSO SESSUALE

Ormai tutti, purtroppo conosciamo cosa significa il termine "pedofilia", non passa settimana in cui i giornali o la televisione non riportino casi di abuso sui minori. Un aspetto che, però, fatica ad entrare nella nostra percezione sociale della violenza sui bambini è il fatto che la maggior parte degli episodi violenti avvengono entro le mura domestiche. Questo significa che il pedofilo nella maggioranza dei casi non è un estraneo per il bambino. Il pedofilo che assale il bambino sconosciuto per la strada esiste, senza dubbio (in una percentuale di 2 su 10), e in quel caso abbiamo a che fare con comportamenti molto frequentemente di tipo "psicotico". Quando ci troviamo di fronte a casi in cui il bambino è stato seviziato, ferito o addirittura ucciso abbiamo a che fare con una struttura di personalità di tipo psicotico dove il senso del suo agire può trovare spiegazioni riferendosi ad altre categorie diagnostiche psichiatriche specifiche. In una ricerca francese degli anni sessanta, su una trentina di persone imprigionate per atti di pedofilia, risultò che il 76% erano psicotiche e soffrivano di un disturbo schizofrenico. Si trattava, quindi di un atto criminale, imprevedibile e casuale, dato che l'agire psicotico poteva prendere altre strade e l'oggetto della violenza sessuale avrebbe potuto essere anche un adulto. Esistono quindi diverse tipologie e comportamenti pedofilici. In linea di massima il pedofilo sceglie accuratamente le sue vittime tra i bambini più soli tra quelli che non dispongono di relazioni con adulti basate sulla benevolenza, sulla comunicazione e sulla fiducia. All'autore dell'abuso è indispensabile il silenzio e per questo deve conquistarsi la fiducia del bambino, anche perché l'abuso non è quasi mai un episodio isolato ma continuo e ripetuto nel tempo. Spesso è proprio la persona di cui il bambino si fida di più ad abusare di lui; ecco allora che, al di là della violenza subìta, il bambino si trova in quell'empasse emotivo devastante che lo condizionerà tutta la vita, in quell'associazione tra amore e violenza, dato che, chi abusa di lui, è anche la spessa persona che lo ama, che segnerà tutte le relazioni future. Ecco perché è molto più plausibile che gli abusi vengano compiuti da persone conosciute dal bambino. Ed ecco perché ci spostiamo sulle famiglie. Ma c'è anche un altro elemento che ci orienta di nuovo verso la famiglia. Un elemento che ritorna spessissimo nel momento in cui si ha la possibilità di conoscere la storia dei pedofili, una storia difficile da ricostruire, in quanto il pedofilo molto difficilmente cerca un aiuto, essendo il suo comportamento 'egosintonico', ossia non gli crea nessun senso di colpa e nessun conflitto interno. Queste azioni vengono di solito giustificate sostenendo che esse hanno valore educativo per il bambino o che il bambino ne ricava piacere. I pedofili che utilizzano "l'arma" della seduzione hanno creato, come sappiamo, delle associazioni per difendere "il diritto alla libertà sessuale" del bambino a loro dire oppresso da una società sessuofobica e moralista. In realtà la convinzione di procurare piacere all'altro consente di non prendere coscienza delle componenti conflittuali e distruttive del proprio comportamento sessuale, attraverso un processo di totale negazione della realtà. Leggendo gli scritti dei pedofili si può constatare come essi si considerino completamente dalla parte dei bambini, in una visione aproblematica del rapporto adulto-minore, riuscendo, grazie al ricorso di meccanismi difensivi della scissione, della proiezione e della razionalizzazione ad imputare alla società qualsiasi possibile conseguenza negativa per il minore coinvolto nel rapporto pedofilo. Viene affermato che gli unici effetti dannosi per il bambino, attirato in un'esperienza sessuale con un adulto, sono esclusivamente provocati dal dover mantenere il segreto e dalla reazione di stigmatizzazione sociale che si verifica all'eventuale scoperta della relazione pedofilica. Il male quindi è tutto attribuito agli altri. L'unico motivo per cui un pedofilo si può rivolgere ad una terapia riguarda esclusivamente le conseguenze sociali del suo atto: la paura di essere lasciato dalla moglie, il perdere prestigio, ecc. ma non per una motivazione interna che invece è alla base per una buona riuscita terapeutica. Un elemento, quindi, che ritroviamo indagando la storia personale del pedofilo, la sua infanzia, è quello di aver subìto traumi o abusi sessuali, di essere stato oggetto sessualizzato da parte dei genitori e che, una volta adulto, ripeta il trauma subito diventando a sua volta 'abusatore' con l'obiettivo di trasformare la sua sconfitta in vittoria e di attivare la fantasia di recupero di una vitalità perduta o mai posseduta del mondo infantile. E come si ci fosse una ciclicità, una specie di trasmissione di questo trauma che passa da una generazione all'altra. Anche se nella pedofilia spesso non c'è violenza fisica, l'oggetto sessuale viene comunque deumanizzato, diventando attraente ed eccitante non tanto per quello che è ma per quello che rappresenta, cioè un oggetto su cui prendersi la rivincita rispetto al trauma subìto nell'infanzia. Il bambino diviene l'oggetto sessuale solo se mantiene le caratteristiche proprie dell'infanzia: innocenza, giovane età, corpo impubere. Il pedofilo non ha nessun interesse che il bambino cresca e cercherà di mantenerlo nella più completa dipendenza emotiva; nel momento in cui il bambino cresce viene abbandonato per cercare partner sessuali che corrispondano alle caratteristiche richieste per soddisfare l'atto perverso. Nelle parole dei pedofili traspare una tendenza a reificare il bambino, cioè a trattarlo come se fosse una cosa. Le uniche qualità apprezzabili sono la bellezza fisica e la giovane età, qualità appartenenti quindi ad un oggetto più che a una persona. É lecito ipotizzare quindi che la perversione pedofilica possa originare nella prima infanzia in bambini abbandonati, carenziati e isolati che hanno subìto un trauma. E' a questo punto che vittima e carnefice si trovano spesso all'interno di una stessa spirale che è difficile spezzare. Quindi capire come si struttura la relazione violenta o meglio la famiglia violenta diventa determinante per chi si occupa di abuso sessuale, in quanto propone una visione della violenza non più parcellizzata in episodi specifici ma molto più ampia e articolata; che non si esprime come 'acting out' isolato ma piuttosto come modalità di relazione. Crescendo in una famiglia violenta, subendo abusi continui è come se si imparasse una modalità di relazione fortemente asimmetrica dove uno dei due ha un potere e l'altro subisce, e si associ affettività e violenza come variabili indiscindibili di una stessa modalità di relazione, e appresa tale modalità si ripete nelle relazioni future riproponendo lo stesso schema relazionale anche da adulti.