Fobia scolare - Centro Ceral

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FOBIA SCOLARE
Quando si parla di Fobia Scolare si fa riferimento ad un disturbo nel quale  gli alti livelli di ansia e di paura, per  recarsi e rimanere a scuola, creano un disagio tale da compromettere la regolare frequenza scolastica. Gli effetti negativi possono riguardare  lo sviluppo emotivo, le relazioni sociali e familiari.
Analisi terminologica
 
E’ importante distinguere il termine fobia da altri termini che ad essa possono essere erroneamente ricondotti :
  •  Timidezza: tendenza costante  ad avere reazioni di paura.
  • Paura: reazione emotivo-comportamentale di fronte ad una minaccia o un pericolo esterni all’individuo. Si sviluppa come risposta ad un pericolo reale.
  • Ansia: emozione spiacevole di apprensione e tensione, che si associa  ad una percezione di rischio incombente causata da un oggetto o situazione, non ben identificati. Si differenzia dalla paura in quanto si determina per cause interne all’individuo e non esterne e reali.
  • Panico: senso di angoscia improvvisa e di terrore acuto.
  • Fobia: specifica forma di paura dalla quale origina un’attivazione emotiva sproporzionata rispetto alla situazione reale. Il claustrofobico non prende l’ascensore, l’agorafobico non esce di casa, trascura l’impiego, le amicizie, gli abituali svaghi; la fobia scolastica infantile compromette l’apprendimento.

Argomenti razionali e controllo volontario non riescono ad estinguere l’ansia. A segnali che il soggetto fobico percepisce come pericolosi, reagisce con risposte apprese automatiche. Le modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo quali il battito cardiaco, respirazione, pressione sanguigna, sudorazione, temperatura, tensione muscolare, scariche di adrenalina, ecc., sfuggono al possibile controllo del soggetto. Questo stato di alterazione fisiologica è la conseguenza di un apprendimento (condizionamento) e il suo effetto è così imponente, veloce e doloroso da indurre il soggetto alla fuga dallo stimolo temuto. Tale comportamento evitante influirà nel tempo nel determinare scelte di vita anche importanti sia a breve che a lungo termine.
La maggior parte degli alunni perde occasionalmente qualche giorno di scuola; altri alunni mantengono una forte antipatia per la scuola per tutta la loro infanzia ma si assoggettano a frequentare regolarmente; una porzione più esigua di alunni smette di frequentare la scuola per un periodo di tempo prolungato: lavativi o fobici? Viene fatta una distinzione importante fra i "lavativi" e i ragazzi che presentano una fobia nei confronti della scuola: i lavativi, frequentano discontinuamente la scuola, non provano un'ansia o una paura eccessiva frequentando la scuola , né generalmente si lamentano di disturbi fisici. Il più delle volte nascondono le loro assenze ai genitori e vagabondano per le strade durante l'orario scolastico. I ragazzi con fobia della scuola, invece, sono quasi sempre bambini/ragazzi che non hanno difficoltà di apprendimento, a scuola se la cavano bene, hanno instaurato una relazione sufficientemente significativa con i loro insegnanti e con i compagni, fino a che, in maniera improvvisa o graduale,  iniziano a manifestare:
  • gravi difficoltà nel frequentare la scuola, con il risultato di assenze prolungate;
  • grave sofferenza emotiva, con sintomi di paura eccessiva, capricci, infelicità, sintomi somatici evidenti quando si profila l'eventualità di andare a scuola;

I ragazzi con fobia della scuola  rimangono a casa, in un ambiente tranquillo, nel quale possono dedicarsi in modo sereno ad altre attività tra le quali svolgere i compiti.
Tale disturbo riguarda l’1-5% dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere, dai dati presenti in letteratura sembra più frequente in alcuni delicati cambiamenti evolutivi quali:
  • inserimento nella scuola primaria (5-6 anni)
  • passaggio alle scuole medie (10-11 anni).

IL DISTURBO SI CARATTERIZZA PER I SEGUENTI COMPORTAMENTI E SINTOMI SOMATICI
  • elevata reazione di ansia nel momento in cui esce da casa o giunge davanti alla      scuola, al punto da presentare sintomi di panico
  • manifestazione di un'ampia serie di sintomi somatici (vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle, dolori agli arti);
  • il livello di angoscia può essere elevato fin dalla sera prima e il bambino può riposare male, il sonno può essere disturbato da incubi o risvegli notturni.
Può presentarsi all'inizio dell'anno scolastico, ma anche in periodi successivi, magari dopo una vacanza, o una malattia o in seguito a un episodio particolare. In queste situazioni il bambino esprime angoscia intensa; a mano a mano che il momento della separazione si avvicina, il disagio si fa più acuto; egli è in preda a una forte agitazione, piange, si dispera, supplica i genitori, promette che il giorno dopo non farà storie, tiene stretti la mamma o il papà con una morsa così forte che non si riesce a sciogliere.
Di fronte a tentativi di costrizione la situazione si aggrava ancor di più; può capitare, infatti, che il bambino entri in classe, ma l'angoscia è così presente che egli può scappare via oppure raggiungere uno stato di agitazione così forte da sfociare in condotte aggressive ed autoaggressive. Una volta a casa il bambino riacquista il proprio equilibrio, partecipa alla vita familiare, è collaborativo e si spreca in solenni giuramenti e promesse: "Ti prometto che domani andrò a scuola senza problemi"; "Ti prometto che non farò più storie". Il bambino, quando è nel nucleo familiare, tenta di rispondere ai mille perché dei genitori e si sforza di razionalizzare la propria fobia attribuendola a fatti avvenuti a scuola o a atteggiamenti dei docenti e dei compagni. In alcuni casi la fobia scolare è accompagnata da altre manifestazioni: difficoltà nel mantenere il ritmo sonno - veglia, presenza di incubi, ansia da separazione anche in relazione ad altre esperienze, (ad esempio, si può evidenziare lo stesso problema anche rispetto allo sport, all'andare a casa di amici, ecc..).
In altre situazioni alla fobia scolare si associano un forte calo di umore, chiusura, senso di tristezza che caratterizzano uno stato di tipo depressivo.

DISTURBI CHE POSSONO ASSOCIARSI AL RIFIUTO SCOLASTICO
  • ansia da separazione
  • ansia generalizzata
  • fobia sociale
  • fobia specifica
  • attacchi di panico
  • disturbo post traumatico da stress
  • depressione
  • disturbo da deficit di attenzione-iperattività
  • disturbi specifici dell’apprendimento.

FATTORI DI RISCHIO PER L’INSORGENZA DEL DISTURBO:
  • caratteristiche di personalità
  • stile di pensiero
  • stress associati
Tra i fattori che più incidono nello sviluppo e mantenimento del disturbo troviamo quelli ambientali. I sintomi possono manifestarsi  in seguito ad eventi stressanti avvenuti in ambito familiare o scolastico (separazione temporanea da uno dei genitori, una malattia del bambino o di un familiare, separazione dei genitori, conflittualità familiare, legame disfunzionale con uno dei genitori, disagi con i pari o con docenti, rientro a scuola dopo una vacanza). Il rifiuto di andare a scuola,  secondo il modello funzionale, assume per il bambino una “ funzione” relativa allo scopo perseguito (non consapevole).
A tal proposito sono stati riconosciuti quattro profili funzionali di bambini con questi sintomi:
  • bambini che evitano oggetti o situazioni che provocano ansia generale o un senso generale di affettività negativa;
  • bambini che non vanno a scuola per fuggire da situazioni sociali avversive o situazioni di valutazione;
  • bambini che rifiutano la scuola per ottenere attenzione dalle figure significative;
  • bambini che ricercano rinforzi positivi tangibili fuori dalla scuola.

INTERVENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

SCOPI DELLA CONSULTAZIONE
  • Identificazione del disagio  e decisione riguardo all’opportunità del  trattamento;
  • L’analisi del problema avviene attraverso l’individuazione delle aree disfunzionali (ma soprattutto delle  aree funzionali), dei comportamenti disadattivi e meccanismi cognitivi da modificare considerando l’ età  cronologica e il livello di sviluppo cognitivo-emotivo-affettivo.

ASSESSMENT IN ETÀ EVOLUTIVA
  • osservazione
  • analisi funzionale
  • colloquio clinico con i genitori e con il bambino
  • strumenti di indagine standardizzata (questionari, scale, schede di monitoraggio)

Il colloquio clinico con i genitori è utile per:
  • ricavare dati descrittivi sul disagio del bambino e su come essi stessi  lo percepiscono;
  • ricavare informazioni sul loro possibile  ruolo nell’evoluzione e/o  nel mantenimento del problema;
  • Individuare insieme interpretazioni del problema, atteggiamenti irrazionali, comportamenti inadeguati e loro risorse;
  • considerare il problema del bambino secondo un’ottica cognitivo-comportamentale.

Il colloquio clinico con il bambino o l’adolescente ha la funzione di:
  • aiutarlo a  comprendere   il ruolo del terapeuta;
  • comprendere  come il bambino percepisce il disagio;
  • ricavare informazioni sulla situazione in cui si manifesta il problema  e sulle conseguenze;
  • giungere ad una prima individuazione  del problema;
  • definire gli obiettivi da raggiungere attraverso la  relazione di aiuto.
 
USO DEI SOFTWARE IN TERAPIA
Durante l’intervento terapeutico con il bambino, presso il nostro studio, vengono utilizzati numerosi e aggiornati software. Questi strumenti, concepiti e realizzati in base alle più recenti ricerche scientifiche riguardanti i molteplici disturbi dell’età evolutiva, in ambito cognitivo e metacognitivo, del linguaggio, emotivo-relazionale e dell’apprendimento, hanno la caratteristica di:
  •  velocizzare i processi di apprendimento del bambino
  • offrire un’ampia gamma di attività
  • implementare attività selezionate e mirate
  • aumentare l’attenzione
  • monitorare i progressi del bambino con parametri più precisi
  • rendere accattivanti, coinvolgenti e motivanti le attività
  • mantenere l’aspetto ludico della terapia attraverso le espressioni dei vari personaggi animati protagonisti dei giochi didattici
  • apprendere l’uso del computer

INTERVENTO COGNITIVO - COMPORTAMENTALE
Le terapie ad indirizzo cognitivo comportamentale con i bambini e gli adolescenti possono affrontare in modo mirato le varie situazioni in cui l’ansia si manifesta con tecniche comportamentali e cognitive. Vengono utilizzate tecniche di rilassamento per  abbassare lo stato di tensione generale.

Nel trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia generalizzato viene utilizzato un protocollo che prevede l’impiego  delle seguenti procedure:
 
  • parent-training
  • psicoeducazione con i genitori e con il bambino
  • training sull’autostima e sull’assertivita’
  • esposizioni
  • desensibilizzazione sistematica
  • messa in discussione dei pensieri disfunzionali
  • training per favorire l’implemento di abilità sociali
  • tecniche di  rilassamento
  • autoistruzioni e uso di affermazioni positive

Con i genitori
Analisi e discussione su loro pensieri, reazioni e comportamenti che potrebbero concorrere a determinare alcune reazioni emotive del bambino o dell’adolescente.
Sollecitazione e guida alla espressione  di comportamenti, idee ed emozioni meno disfunzionali.

Con il bambino o l’adolescente
E’ indispensabile che acquisisca fiducia nella possibilità di sviluppare diverse  modalità di risposta emotiva e comportamentale da utilizzare nelle situazioni problematiche che lo riguardano. Si cercherà, quindi, di esplorare con il bambino le conseguenze negative dei suoi comportamenti disturbati e le conseguenze positive a cui possono portare altri comportamenti alternativi più adeguati.
Uno dei primi compiti del terapeuta è quello di aiutare il bambino a riconoscere le proprie emozioni negative. Molti bambini, infatti, ritengono naturale o addirittura utile avere certe reazioni emotive, in quanto non si rendono conto dell’esistenza di altre possibilità. A volte i bambini non riescono neanche a dare un nome ai propri stati d’animo, poiché non conoscono i termini necessari per descrivere le proprie emozioni. Altre volte hanno, invece, una concezione dicotomica delle emozioni  (felice-disperato, contento-arrabbiato) ed hanno difficoltà a riconoscere condizioni emotive intermedie. Per queste ragioni è opportuno, in una prima fase dell’intervento terapeutico, espandere il vocabolario emotivo del bambino, portandolo ad apprendere diversi termini per descrivere le proprie emozioni.
Quando il livello di sviluppo cognitivo lo consente, si cerca di rendere consapevole il bambino del meccanismo dell’emozione presentandogli, con un linguaggio adeguato, il modello A-B-C. Questo per costruire una base concettuale su cui impostare il lavoro terapeutico. Nel far questo, si cercherà di ricorrere a esemplificazioni facilmente accessibili al bambino, utilizzando anche espedienti visivi come disegni, poster, fumetti . L’insight fondamentale per il bambino consiste nel rendersi conto che i propri pensieri sono “i brutti ceffi” responsabili delle sue paure. Per far capire al bambino la distinzione tra pensieri razionali e pensieri irrazionali si farà ricorso a termini quali “pensieri utili” e “pensieri dannosi”.
 
Per produrre un cambiamento cognitivo si possono usare anche metodi di modificazione del comportamento. Così, ad esempio, si potrà ricorrere al modellamento di pensieri razionali per poi rinforzare l’uso adeguato di tali pensieri durante le attività proposte dal terapeuta. Il modellamento può effettuarsi anche utilizzando filmati in cui il protagonista “pensa ad alta voce”. Con i bambini più piccoli è utile ricorrere a semplici drammatizzazioni attraverso l’uso di pupazzi o marionette.
 
Il nucleo dell’intervento cognitivo sulle paure è la messa in discussione dei pensieri aventi la caratteristica di “catastrofizzare” sulle conseguenze dell’evento temuto. Questo lavoro di disputa dei pensieri disfunzionali può effettuarsi efficacemente solo dopo gli 8 anni. Esaminare e mettere in discussione i propri pensieri è una novità per la maggior parte dei bambini. E' meglio far apprendere questa abilità con un approccio impersonale, attraverso storielle od esempi piuttosto che attaccare direttamente i pensieri irrazionali del bambino. Un accorgimento utile è quello di presentare le idee irrazionali di altri bambini e parlare dei loro errori e di come hanno imparato a superarli.
 
Una volta appresi i pensieri razionali da utilizzare in presenza di particolari eventi attivanti, è bene far sì che il bambino possa fare sufficiente pratica dell’utilizzo di tali pensieri. Ciò, può essere realizzato attraverso prove comportamentali, role-playing e una tecnica chiamata immaginazione razionale-emotiva (rational-emotive imagery o REI.). Quest’ultima tecnica consiste nel far ripetere al bambino i pensieri razionali precedentemente appresi, mentre immagina dettagliatamente di trovarsi nella situazione problematica sotto la guida del terapeuta. La REI termina facendo immaginare al bambino conseguenze rinforzanti contingentemente all’uso di verbalizzazioni razionali.
Per consentire una generalizzazione di quanto appreso durante la seduta, il terapeuta ricorre anche alla prescrizione di attività per casa.
Una delle attività per casa più ricorrenti consiste nel prescrivere al bambino la ripetizione, più volte al giorno, di pensieri razionali adeguati. Tali pensieri possono essere inizialmente trascritti su cartoncini e ripetuti con convinzione immediatamente prima di impegnarsi in qualcosa di molto sgradevole, applicando così il principio di Premack.
Un’altra attività per casa molto utilizzata consiste nel prescrivere al bambino di affrontare le situazioni temute prima con l’immaginazione, applicando l’immaginazione razionale-emotiva, poi “in vivo” utilizzando frasi razionali di adeguatezza.
 
Quando i genitori sono collaborativi, è spesso opportuno ricorrere a programmi di modificazione del comportamento. L’uso di un sistema di rinforzi si rivela molte volte utile, in quanto il bambino può non essere intenzionato a lavorare per cambiare l’emozione inadeguata, come spesso accade con alcuni tipi di paure. Attivando un sistema di rinforzi, come ad esempio in un programma a punti, si fornisce un incentivo per motivare il bambino al cambiamento.
 
CONCLUSIONI
Lavorando coi bambini non si può prescindere dal considerare le varie tappe dello sviluppo cognitivo ed emotivo. Ad esempio, con bambini al di sotto dei 7 anni è necessario tener conto che a causa del loro egocentrismo tenderanno a interpretare la realtà basandosi essenzialmente sull’analisi percettiva piuttosto che sull’inferenza concettuale. Sembra inoltre che allo stadio pre-operazionale i bambini non siano in grado di generare da soli strategie cognitive che guidino il loro comportamento, quindi è fondamentale lavorare con tecniche squisitamente comportamentali. Inoltre, è da notare anche che mentre nell’adulto un repertorio di convinzioni irrazionali fortemente radicato è quasi sempre collegato a gravi disturbi emotivi, nel bambino alcuni modi irrazionali di pensare fanno parte del normale sviluppo cognitivo ed emotivo. La tendenza, ad esempio, a considerare catastrofici certi eventi è una costante facilmente riscontrabile nella seconda infanzia.
 
Il rientro  a scuola può essere graduale e concordato, nei tempi e nelle modalità, con i genitori e con i docenti.
 
L’efficacia della terapia cognitiva-comportamentale è stata dimostrata in termini di:
  •  riduzione dei livelli d’ansia
  • incremento del senso di autoefficacia personale
  • ripresa della frequenza scolastica.
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