Sviluppo del linguaggio - Centro Ceral

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TAPPE EVOLUTIVE DELLO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO

Comunicazione e linguaggio: sviluppo normale e aspetti costitutivi
Quando si dice che un bambino sta imparando una “lingua” ci sono almeno tre significati che questa affermazione può avere:
sintassi, semantica e pragmatica

sintassi
capacità di produrre enunciati conformi alle regole della grammatica:
 
ma in che modo il bambino piccolo impara? Tanto per cominciare, le regole grammaticali del bambino non sono spesso le stesse di quelle usate dagli adulti che gli stanno intorno. L’imitazione costituisce secondo Bruner una spiegazione debole. Ed anche quando il bambino parla con una grammatica simile a quella degli adulti, è assai dubbio che egli sia stato esposto a un campione sufficientemente ampio di regole tali da poter essere apprese per induzione.

semantica
produrre enunciati che facciano riferimento a qualcosa e abbiano un significato condiviso:
alla luce delle attuali conoscenze, sembra altamente improbabile che i bambini apprendano la grammatica per il piacere della grammatica in sé. Questa conoscenza sembra essere sempre strumentale per fare qualcosa con le parole nel mondo reale, solo se si vuol significare qualcosa.  

pragmatica
funzione sociale e intenzione comunicativa, ovvero come il bambino “faccia delle cose con le parole”:
il bambino è in grado di fare richieste, di indicare, di ingraziarsi qualcuno, o di promettere, o di aiutare, o di mostrare rispetto mediante l’uso di mezzi comunicativi? Ed è egli in grado di soddisfare le condizioni che la cultura impone ai parlanti che vorrebbero fare queste cose, cioè le condizioni di preparazione, sincerità, essenzialità ed affiliazione?
Questi tre aspetti vengono appresi dal bambino in modo interdipendente.
Più specificamente, l’acquisizione del linguaggio “comincia” prima che il bambino emetta i suoi primi enunciati lessico-grammaticali. Essa comincia quando il genitore e il bambino creano un “formato”, come il momento della pappa o del bagnetto,  da cui viene mutuato il termine “format”, ossia un contesto, una routine prevedibile, di interazione reciproca, che può servire come un microcosmo per comunicare e costruire una realtà comune.

Le transazioni comunicative che hanno luogo in tali formati costituiscono per il bambino l’ “input” dal quale impara: la grammatica, a far riferimento, a significare, e a realizzare in modo comunicativo le sue intenzioni.

Gesti e parole nel primo sviluppo del linguaggio
Come è noto, si è ampiamente potuto rilevare come le prime forme di comunicazione tra genitore e bambino, prima che quest’ultimo sia in grado di utilizzare le parole, si sviluppano attraverso le cure parentali. Le esperienze sensoriali, in questa fase di vita del bambino, sono i canali privilegiati della comunicazione tra lui e la madre, che lo manipola e gli parla. Le parole del genitore sono equivalenti alle sue cure, al suo accudirlo ed hanno per il bambino un valore essenzialmente corporeo e concreto. D’altra parte i comportamenti sia gestuali (i sorrisi, le smorfie, le posture) che vocali (diversi tipi di pianto, vocalizzazioni, suoni di lallazione) prodotti dal bambino già dai primi mesi di vita fungono, per gli adulti che si prendono cura di lui, da segnali comunicativi di stati, emozioni, bisogni.
 
L’interpretazione, il rinforzo e la riproduzione speculare, che gli adulti operano di questi segnali, fanno sì che, gradualmente, essi assumano per il bambino un significato affettivo ed un potere comunicativo preciso.
Intorno  ai 9 mesi di vita, si può parlare della nascita nel bambino di una vera e propria comunicazione intenzionale. E’ verso questa età, infatti, che il bambino diviene cosciente delle sue possibilità comunicative ed è consapevole a priori dell’effetto che i segnali gestuali e/o vocali da lui prodotti avranno sul suo ascoltatore. Da questo momento in poi, il bambino mette in atto i suoi comportamenti comunicativi in maniera più regolare e stabile, e attraverso l’interazione con l’adulto e con l’ambiente questi diventano segnali ritualizzati e convenzionali.
Le due intenzioni comunicative che tutti i bambini sembrano manifestare sia a livello gestuale sia vocale, alla fine del primo anno di vita, sono:
La richiesta e la denominazione.
Entrambe queste intenzioni comunicative presuppongono l’utilizzo di “gesti comunicativi intenzionali deittici”: essi esprimono esclusivamente l’intenzione comunicativa del parlante mentre il referente della comunicazione è dato interamente dal contesto in cui la comunicazione ha luogo.
Il più analizzato fra i deittici è il gesto di indicazione nella sua origine e nel suo complesso rapporto con la condivisione dell’attenzione, fattore indissolubilmente legato all’acquisizione e allo sviluppo del linguaggio.
Diversi studi hanno messo in luce che fin dai primi stadi dello sviluppo il repertorio comunicativo dei bambini non si limita agli elementi vocali del parlato, ma comprende anche molti elementi gestuali.

Gesti deittici : 9 - 13 mesi
Un primo gruppo di lavori ha indicato che l’inizio della comunicazione gestuale tra i 9 e i 13 mesi è contrassegnato dalla comparsa di una serie di gesti (richiesta ritualizzata, mostrare, indicare) che sembrano precedere la comparsa delle prime parole.
Questi gesti, definiti deittici, vengono usati per riferirsi ad oggetti, eventi esterni ed esprimono soltanto l’intenzione comunicativa del bambino.
Un ruolo speciale, per lo stabilirsi di situazioni di attenzione condivisa nelle quali emerge più tardi il linguaggio, viene attribuito all’indicazione.
Il gesto di indicare viene utilizzato dai bambini con due diversi intenti comunicativi:
  • per richiedere un oggetto o un’azione desiderati (intenzione richiestiva)
  • per condividere con l’interlocutore l’interesse/attenzione su un evento esterno (intenzione dichiarativa).
 
Diversi ricercatori hanno constatato una più precoce comparsa dell’indicazione richiestiva rispetto a quella dichiarativa che sembra quindi implicare capacità cognitive e relazionali più complesse.

Il gesto di indicazione
Assume uno status particolarmente importante nello sviluppo comunicativo-linguistico del bambino.
Alcuni studi hanno evidenziato che la frequenza di uso del gesto di indicare aumenta tra la fine del primo anno di vita e la metà del secondo anno.
Franco e Butterworth (1996) hanno evidenziato come il controllo visivo sul partner si evolve con l’età e mostrano come il bambino impari gradualmente a comunicare in modo più efficace.   
  • a 12 mesi i bambini guardano l’interlocutore dopo aver indicato un bersaglio; controllano se l’interlocutore ha colto il loro gesto dopo averlo prodotto.
  • a 16 mesi i bambini guardano l’interlocutore prima di produrre il gesto. Si accertano che l’interlocutore rivolga loro l’attenzione prima di produrre il gesto.
  • dopo i 16 mesi aumentano anche gli sguardi multipli al partner in accompagnamento al gesto; ad esempio il bambino può guardare l’interlocutore subito prima di indicare e subito dopo aver indicato.

A partire dai 12 mesi circa compare nei bambini un secondo tipo di gesti (ad esempio ciao, non c’è più) che Caselli e Casadio definiscono “comunicativi intenzionali referenziali”: il bambino dimostra di poter usare un simbolo non verbale come significante di una certa realtà significata. Il significato di questo tipo di gesti è “convenzionalizzato” dal bambino e dai suoi interlocutori ed il loro contenuto semantico non varia in conseguenza al variare del contesto. I gesti di questo tipo sono originariamente prodotti in situazioni di routines con l’adulto, ma progressivamente si decontestualizzano fino ad arrivare ad essere usati anche in assenza dei contesti originari. Altri gesti referenziali nascono dalle azioni dei bambini sul mondo fisico. E’ il caso di gesti come bere, quando il bambino chiede dell’acqua portando la mano vuota alla bocca come se tenesse in mano un contenitore; mangiare, quando il bambino chiede o nomina qualcosa da mangiare, aprendo e chiudendo la bocca come se masticasse qualcosa o porta la mano alla bocca come se tenesse un cucchiaino; aprire, quando il bambino chiede all’adulto di aprire una porta, o una scatola o altro, facendo il gesto nel vuoto ecc… come si può notare, questi gesti si riferiscono all’azione che viene compiuta, generalmente, con o sull’oggetto rappresentato e sembrano derivare da un riconoscimento della funzione caratteristica di un determinato oggetto. Oltre alla precedente classificazione delle varie tipologie di gesti, prodotte dal bambino nel corso del suo sviluppo, ideata da caselli e Casadio ne esistono altre.

Gesti referenziali: 12 - 18 mesi
Un secondo gruppo di ricerche ha riportato, in bambini fra i 12 e i 18 mesi, stretti parallelismi fra le prime produzioni verbali e le produzioni non verbali, definite spesso in modi diversi come “schemi di gioco simbolico”, “gesti referenziali” e più recentemente “gesti rappresentativi”.
Attraverso questi comportamenti il bambino nomina, racconta o chiede qualcosa. Per esempio il bambino porta un bicchiere vuoto o la mano vuota alla bocca (bere), porta la cornetta del telefono o la mano vuota all’orecchio (telefono), apre le braccia per comunicare che qualcosa o qualcuno è finito o sparito (non c’è più).
L’uso di questi gesti nel secondo anno di vita è frequente ed avviene in diversi contesti comunicativi: per questo spesso i genitori dicono del proprio bambino: “non parla, ma capisce tutto e si fa capire”.

La gestualità: diverse tipologie
Una delle più note classificazioni di gesti presenti nella letteratura che si è occupata di questo tema è quella strutturata da Ekman E Friesen (1969), i quali hanno evidenziato le principali categorie:
  • Gesti emblematici: gesti facilmente comprensibili da parte di spettatori appartenenti a culture vicine (ad es. Scuotere la mano per salutare o tirare su le braccia in segno di vittoria);
  • Gesti illustratori: che sono direttamente legati al discorso e che ne chiariscono il contenuto. Possono ripetere, contraddire, sostituire o accrescere l’informazione fornita verbalmente (per esempio riprodurre con le mani la forma dell’oggetto di cui si sta parlando);
  • Gesti adattatori: gesti che sono per lo più inconsapevoli. Sarebbero appresi nell’infanzia per soddisfare bisogni o mantenere contatti interpersonali.
riguardano il contatto di una parte del corpo con un’altra(grattare, strofinare, toccarsi i capelli, ecc…);
riguardano lo scambiare oggetti o avere contatti fisici con un’altra persona;
possono essere espressi anche consapevolmente e che riguardano un diretto contatto con altri oggetti (per es. Giocare con qualcosa che si tiene in mano).

Questi ultimi, nonostante possano essere prodotti durante una conversazione, non sono direttamente connessi al discorso; segni regolatori: rappresentano tutte quelle azioni che controllano il flusso della conversazione, regolandone o modificandone l’andamento (segnali di attenzione o di feedback). Questi sono soprattutto cenni del capo, espressioni del volto e micromovimenti del corpo; espressioni delle emozioni: anche questi più che gesti veri e propri sono espressioni del volto che esprimono le emozioni primarie.
Un'altra classificazione è quella strutturata da MCNEILL (1992) che considera il gesto come parte del linguaggio.
 
Si distinguono i gesti in due gruppi:
  • Gesti appartenenti al processo di ideazione (proposizionali);
  • Gesti caratterizzanti l’attività discorsiva (non proposizionali).

Del primo gruppo, gesti proposizionali, fanno parte tre categorie:
  • Iconico: un gesto che assomiglia nella forma o nel movimento o in entrambi, a qualche aspetto concreto del contenuto semantico del parlato;
  • Metaforico: gesto simile a quello iconico per quanto riguarda il riferimento a qualche aspetto di un referente, ma sono proprio i referenti ad essere diversi. Si tratta, infatti, di concetti astratti che vengono concretizzati con una specifica forma fisica;
  • Deittico: gesto puntatore fatto con una varietà di forme della mano. Possono indicare un’entità che è presente realmente nell’ambiente fisico in cui si trova chi compie il gesto, o idealmente.

Del secondo gruppo, gesti non proposizionali, che caratterizzano l’attività discorsiva fanno parte due categorie:
 
·Beats: sono caratterizzati da piccoli colpetti in su o in giù o indietro e in avanti di una o entrambe le mani che si usano per enfatizzare parti del discorso o per dare un certo ritmo a questo;
 
· Coesivi: gesti che partecipano, insieme alle parole, all’espressione del contenuto del discorso, fornendo continuità ad esso. I gesti coesivi prima marcano l’esistenza di un termine di riferimento, e dopo aiutano il parlante a mantenerlo. In questo modo i gesti coesivi aiutano a differenziare l’iniziale termine di riferimento da altri possibili termini presenti nel contesto. Con questi gesti, inoltre, il parlante può assegnare spazi diversi per indicare argomenti separati, quindi, quando il referente linguistico di un evento è implicito, il gesto eseguito in un particolare spazio gli dà continuità
 
Dai gesti alle parole
Esaminiamo ora più approfonditamente il rapporto esistente tra questi gesti e le prime parole.
In alcune ricerche, somministrando dei questionari ai genitori di bambini nel secondo anno di vita, è stata studiata l’ampiezza del vocabolario gestuale e vocale e i rapporti fra comprensione vocale e produzione di gesti e parole ( Casadio e Caselli 1989; Caselli e Casadio 1995; Fenson et al. 1993).
I risultati relativi ad un campione di circa 300 bambini italiani tra gli 8 e i 17 mesi, raccolti attraverso il questionario “Il primo vocabolario del bambino” (PVB) (Caselli e Casadio 1995), hanno messo in luce marcate asincronie fra comprensione e produzione verbale: il vocabolario recettivo, alle età considerate, è infatti significativamente superiore al vocabolario espressivo. Inoltre in termini quantitativi, i bambini possiedono nelle prime fasi, un numero di gesti/azione superiore rispetto al numero di parole prodotte: ad esempio a 12 mesi producono in media 29 gesti/azioni e solo 8 parole.

In questo stesso periodo si evidenzia una correlazione e una corrispondenza tra parole comprese e gesti prodotti. Nei mesi successivi, invece, è emerso un sostanziale parallelismo fra sviluppo gestuale e vocale, sia in termini qualitativi che quantitativi. Sia per i gesti che per le parole è stato individuato un graduale processo di decontestualizzazione: da una produzione di gesti e parole legata a situazioni specifiche, ristrette e ritualizzate (uso non referenziale), il bambino arriva ad un loro uso simbolico e referenziale. Inoltre è stato rilevato un numero di produzioni simili nelle due modalità, vocale e gestuale: intorno ai 16-17 mesi, ad esempio, i bambini usano in media 40 gesti/azioni e 32 parole (Caselli e Casadio 1995).
 
Le combinazioni cross-modali
  • 16 - 20 mesi costituisce un periodo particolarmente interessante per l’esplosione del vocabolario e la comparsa delle prime combinazioni di due o più parole. Si verificano importanti cambiamenti anche nel rapporto gesti-parole. Ad entrambe le età vengono prodotti sia gesti deittici, soprattutto l’indicazione, che gesti rappresentativi e tra questi, gesti convenzionali (ciao; no) e gesti iconici (aereo; pesce).
  • a 16 mesi circa la metà dei bambini studiati produce più gesti che parole, mentre gli altri evidenziano il pattern opposto. Fin dai 16 mesi i bambini iniziano anche a combinare due elementi comunicativi e tali combinazioni sono nelle maggior parte dei casi cross-modali (gesto di indicazione e parola).
  • a 20 mesi il sistema gestuale subisce una riorganizzazione. La produzione complessiva di gesti diminuisce e i bambini smettono di aggiungere nuovi gesti al loro repertorio: i nuovi concetti da esprimere verranno d’ora in poi codificati nella loro forma vocale. Le combinazioni di due parole divengono molto più frequenti.

Le combinazioni cross-modali prodotte dal bambino possono essere classificate:
  • equivalenti quando i due elementi hanno un significato analogo (dice “ciao” e nello stesso tempo produce il gesto) e l’uno rinforza l’altro;
  • complementari se uno dei due (l’indicazione) specifica o disambigua l’elemento particolare a cui la parola si riferisce (“fiore”);
  • supplementari se i due elementi hanno significati diversi e quindi l’uno aggiunge informazione rispetto all’altro (indica il piccione e dice “nanna”).

La ricerca ha anche messo in luce che il numero di gesti (deittici e referenziali) e di combinazioni gesto/parola prodotti a 16 mesi, è correlato con il numero di parole prodotte a 20 mesi. Inoltre, quando il bambino comincia ad utilizzare combinazioni cross-modali di tipo supplementare, poco dopo produce anche combinazioni di due parole che esprimono relazioni semantiche (possesso, non esistenza, agente-azione) espresse prima attraverso l’uso del gesto.

Diverse ricerche confermano che l’uso dei gesti persiste anche in fasi dello sviluppo in cui il bambino sarebbe effettivamente in grado di produrre una risposta verbale. Pertanto la modalità gestuale nello sviluppo normale sembra avere la funzione di aiutare il bambino a comunicare idee e concetti che non è ancora in grado di esprimere verbalmente, accompagnando gli enunciati vocali allo scopo di rinforzarne o completarne il significato (Vicari e Caselli, 2002).
Le combinazioni di due elementi che includono un gesto permettono dunque al bambino di superare i limiti articolatori legati al parlato e di rafforzare, chiarire o ampliare il messaggio. Anche in un periodo successivo i gesti continuano a venire utilizzati.
 
COS’È LA COMUNICAZIONE?
La comunicazione riguarda aspetti di funzionamento linguistici, paralinguistici e pragmatici.
LA COMUNICAZIONE PARALINGUISTICA:
Prossemica:
uso dello spazio della comunicazione come la distanza tra chi parla e ascolta.

Espressioni facciali:
  • roteare gli occhi per indicare un commento percepito come sarcastico;
  • sorridere per criticare;
  • sorridere per comunicare tenerezza e sincerità; ecc.
  • Intonazioni della voce. In una costruzione sintattica dichiarativa si enfatizza l'ultima parte per segnalare che è una domanda e non un'affermazione; ecc.

Gestualità:
Indicare, offrire, mostrare, “ciao”, “non c'è più” , ecc.

LA  PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE:
  • gestione del discorso ( avvio e mantenimento).
  • intenzioni comunicative ( fare richieste verbali e non verbali per ottenere qualcosa o l'attenzione di qualcuno, ecc).
  • presupposizione.

LA COMUNICAZIONE LINGUISTICA RIGUARDA I SISTEMI DI REGOLE
fonologiche: stabiliscono come le unità di suono (fonemi) si combinano per formare parole ( es.: mare, rema, rame, mera);
morfologiche: coinvolgono le parti più piccole (morfemi) delle parole veicolanti significati come le desinenze, plurale, maschile, femminile, passato, presente, futuro.
sintassi: combinazioni di parole per formare frasi e discorsi.
semantica: riguarda il dizionario mentale delle parole con i loro significati e della combinazione di parole per formare relazioni significative.
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